Gli dèi non sono mai morti. Le ombre alludono a un convegno di ninfe tra le crepe di un muro s'immerge e copula un dio lucertola gli sciacalli della luce rincorrono ancora i draghi. Tutto è rivelazione a patto di saperne riconoscere i segni, le unghiate. Nell'Ossola abitano i folletti presso la Cima di Cugn vaga l'enigmatica Bianca Signora nella valle dell'Isorno sguazzano orde di driadi che “attirano i giovani cantando”. Nel suo magnetico repertorio, Aurelio Garobbio fa ciò che hanno fatto poeti e studiosi del secolo scorso, da Thomas S. Eliot a Cesare Pavese, da Aby Warburg a Robert Graves, da Borges a Hilman: rintraccia le vestigia delle fate, del fato. I luoghi esistono in virtù del mito che li determina, del dio che è lì interrato. D'altronde, quando perdiamo il potere dei nomi, delle storie – rispetto alla Storia, futile dramma – siamo davvero perduti, inerti vagabondi su un pianeta anonimo. È il libro perfetto per chi si incanta ancora ascoltando le favole, crede che il visibile sia la mera orma del prodigio e ama le vette innevate, le ascese.