La bellezza del paesaggio mediterraneo può rimandarci all&rsquo immagine del paradiso terrestre: i generosi boschi di olivi che con le loro esistenze millenarie ingannano il passare del tempo i giardini verdeggianti di capperi e zibibbo, ostinatamente coltivati sulla terra «africana» di Pantelleria le arance, i limoni, i mandarini che esplodono scintillanti di giallo e arancione tra il castello di Maredolce e le coste di Grecia, Tunisia, Spagna i resti preistorici di leccio e sughera, olivastri e filliree, sepolti e riscoperti all&rsquo interno di grotte ombrose. A differenza dell&rsquo Eden biblico, però, questa realtà possiamo visitarla ogni volta che lo desideriamo e in ogni pianta riconoscere un istante della nostra storia. Giuseppe Barbera ci guida in un viaggio inebriante nella diversità di profumi, colori, suoni e sensazioni che compongono questi territori: tra vita e cultura, botanica e mitologia, mondo esteriore e mondo interiore, Barbera ripercorre i molteplici incontri di uomo e natura sulle sponde del Mediterraneo attraverso le tracce che hanno lasciato in Sicilia, luogo simbolo per leggere l&rsquo evoluzione del paesaggio nell&rsquo Antropocene. Dai misteriosi legami che uniscono i fichidindia della campagna etnea e i nopalitos del Messico azteco alle colline sopra Pergusa, coperte di «bellissimo frumento, dono prezioso di Cerere», come le descrisse Goethe nel suo Grand Tour dalla devastazione degli agrumeti della Conca D&rsquo Oro durante il «sacco di Palermo» al recupero della Kolymbethra, per decenni lasciata al degrado e all&rsquo oblio nell&rsquo antichissimo bosco di mandorli e olivi della Valle dei Templi fino alle «cattedrali nel deserto» che hanno stravolto il territorio di Gela in favore di un&rsquo industrializzazione effimera quanto il miraggio della presenza di giacimenti petroliferi. &ldquo Il giardino del Mediterraneo&rdquo è il racconto di questa irripetibile anomalia geografico-umana durante le epoche passate e, allo stesso tempo, una riflessione sul modo in cui possiamo preservarla dalle nostre autodistruttive manipolazioni presenti e future. Un punto di vista inedito su ciò che ci circonda, per capire che un paesaggio non è solo alberi e frutti e terra: è la meraviglia invisibile è lo sguardo di chi lo abita.