Difficile, oggi, non &lsquo mettersi l&rsquo elmetto&rsquo , anche a parole. Dalla pandemia del 2020 in poi abbiamo assistito a una continua militarizzazione del linguaggio: nel discorso pubblico e mediatico, nel modo di leggere e raccontare il mondo, perfino nelle relazioni e nei rapporti con l&rsquo altro. Anche gli scenari che sembravano più impensati &ndash quelli da &lsquo guerra fredda&rsquo , quelli della corsa al riarmo, della minaccia atomica &ndash si sono riaffacciati nel discorso con una disarmante naturalezza. Perfino parole come &lsquo pacifista&rsquo , da manifesto di intenzioni globalmente riconosciute sono diventati elementi discussi, non lineari, talvolta pensati e usati anche come insulti. Perché il nemico è ovunque: non solo negli eserciti, ma in chi migra, in chi protesta, in chi chiede voce e giustizia dai margini, in chi insomma sfida il discorso dominante. Così, passando dalla lingua, lo spazio del diritto, della mediazione, del dialogo sembra cedere inevitabilmente il passo al conflitto in una guerra di parti, fatta di pronomi come &lsquo noi&rsquo e &lsquo loro&rsquo . A che cosa appellarsi, allora, per (ri)trovare e proporre un linguaggio alternativo, capace di rimettere al centro la convivenza, la speranza, il bisogno di utopia, la cura del linguaggio e delle relazioni?