Uno spettro si aggira su schermi piccoli e grandi: l&rsquo idea che la musica classica sia per eccellenza &ldquo la musica dei cattivi&rdquo . Non c&rsquo è film o serie tv in cui assassino, terrorista, serial killer, scienziato pazzo, maniaco, megalomane, mafioso, mostro di ogni genere non ami la musica classica, non vada volentieri all&rsquo opera, quando non suona in prima persona uno strumento. Di più: se in sottofondo sentiamo un brano di musica classica, possiamo scommettere che sulla scena stia per accadere qualcosa di brutto, o che il personaggio in questione celi un certo grado di malignità. La trovata risale agli albori del cinema ma, sia pur nel mutare di personaggi e ambientazioni, ha finito per attestarsi come luogo comune: un grande equivoco che nel pubblico più assuefatto agli stereotipi dei media visivi ha insinuato, quantomeno, una forma di sospetto nei confronti di quest&rsquo arte. Come strumento di difesa e resistenza, Carlo Fiore passa in rassegna l&rsquo immaginario filmico occidentale: da M di Fritz Lang, in cui l&rsquo abietta figura di un assassino di bambini entra in scena fischiettando Grieg, alle serie tv degli anni Duemila in cui dominano le Variazioni Goldberg e i Carmina Burana, passando per i vampiri &ndash il Dracula di Béla Lugosi così come quelli &ldquo a puntate&rdquo che frequentano licei e università americane. Senza dimenticare i pochi casi virtuosi, come il violino di Sherlock Holmes o il violoncello di Mercoledì Addams. Una ricognizione necessaria, dunque, per strappare la musica classica dal suo status di colonna sonora dei cattivi: per innamorarcene ancora.