Un'indagine estetica, per potersi definire fenomenologica, dev'essere consapevole che l'opera d'arte non riduce gli oggetti a semplici “cose”: li mostra come nuclei di senso, che trovano la propria specificità solo in connessione con la coscienza del soggetto che percepisce. L'estetica fenomenologica, al tempo stesso teoria dell'oggetto e filosofia dell'esperienza, ha in Edmund Husserl un punto di riferimento fondativo e imprescindibile, spunto fecondo di prospettive tra loro divergenti. La storia della disciplina non è allora un percorso unitario, ma una narrazione composita, una genealogia in cui non mancano elementi di continuità: dai primi discepoli di Husserl alla tradizione francese di Maurice Merleau-Ponty e Mikel Dufrenne, fino alla scuola italiana di Antonio Banfi, Luciano Anceschi e Dino Formaggio, per citare solo alcuni tra i suoi maggiori esponenti. Ne emerge un insegnamento comune: il filosofo è e deve essere “uomo senza qualità”, perché solo così il suo sguardo può aprirsi alla complessità del mondo e alla varietà irrisolta delle sue figure.