Ulisse chiude le orecchie dei compagni con morbida cera e si fa legare all&rsquo albero della nave per godere del canto delle Sirene senza morirne. Le Sirene però non cantano per lui, né vogliono sedurlo: cantano per il loro piacere, &ldquo l&rsquo una all&rsquo altra&rdquo . In un confronto avvincente con Platone, Kafka, Brecht, Blanchot, Adorno ed Eliot, Adriana Cavarero mette in discussione la tradizionale rappresentazione delle Sirene come esseri primordiali, ammalianti e pericolosi, ripensando queste figure mitiche come soggetti liberi, donne che cantano per se stesse, godendo della propria voce e della musica come esperienza condivisa che sfugge alle rigidità del logos. Opponendo al paradigma omerico dell&rsquo astuto e vittorioso eroe &ndash diventato, secondo alcune letture novecentesche, piccolo uomo ridicolo &ndash una visione in cui la voce femminile è armonica e plurale, Cavarero propone un&rsquo interpretazione inedita e sovversiva di un mito millenario, capace di restituire alle Sirene il mistero tuttora irrisolto della loro potenza canora.