La figlia del popolo, la ragazza della Garbatella, la &ldquo donna, madre, italiana e cristiana&rdquo , l&rsquo underdog che trionfa contro i pronostici, contro il sistema, contro tutti: questo è il racconto che Giorgia Meloni ha dato di sé, la mitologia costruita a uso e consumo degli elettori. Ma è una narrazione che regge, per la presidente del Consiglio, oggi? Il suo arrivo alla guida del governo, quella che doveva essere la nuova Marcia su Roma, s&rsquo è risolto in una marcia sul posto: un raffinato e caparbio sforzo di resistere, un&rsquo accorta crioterapia per congelare ogni cambiamento. Durare, anziché fare: ecco l&rsquo imperativo di quello che si avvia a diventare il governo più longevo della storia italiana recente. L&rsquo eccezionalità dell&rsquo evento &ndash la prima donna a Palazzo Chigi, la prima leader di estrema destra a capo di un grande paese europeo &ndash s&rsquo è consumata in se stessa: dei tanti cambiamenti epocali annunciati, dopo tre anni e mezzo è rimasto ben poco. Meloni s&rsquo è provata in uno scaltro esercizio di doppiezza: oscillando così di continuo tra il rigore istituzionale e il paranoico ripiegamento identitario, a giorni alterni ispirandosi a Mario Draghi e a Donald Trump. Un paradosso, appunto. Valerio Valentini, cronista parlamentare, costruisce un libro che è un po&rsquo saggio e un po&rsquo reportage per raccontare in modo brillante la fenomenologia meloniana, con uno sguardo dentro al Palazzo e l&rsquo altro nell&rsquo Italia che si è innamorata dell&rsquo ennesimo leader. Perlomeno, fino alla recentissima sconfitta del referendum sulla giustizia, che ha reso evidenti tutte le contraddizioni del melonismo, di questa presunta rivoluzione senza riforme: uno &ldquo slancio perennemente anchilosato&rdquo , in cui sta &ldquo la premonizione della sua crisi&rdquo